Il post human surreale e mitologico di Matthew Barney raccontato da Francesco Bonami

Nato a San Francisco nel 1967, alla fine degli anni ’80 Matthew Barney si trasferisce a New York. A Brooklyn il carismatico artista conquista ben presto i galleristi della metropoli, proponendosi fin dagli esordi come personaggio poliedrico, regista, attore e scultore. Le sue opere nascono dalle sue esperienze di video, scultura e disegni e mettono in scena le metamorfosi del corpo umano e animale, con ampio ricorso a suggestioni mitologiche.

L’opera che lo consacra a livello internazionale è l’enigmatico ciclo Cremaster, che si compone di cinque film, realizzati in un arco di otto anni. Affascinante e coinvolgente, il ciclo è caratterizzato da un intenso vortice di immagini popolate da creature surreali e personaggi in abiti stravaganti.

Tra i molti temi trattati, vi è l’interesse per le possibilità espressive del corpo che la società novecentesca ha messo in discussione in favore del primato dell'intelletto. Matthew Barney, sfruttando linguaggi e mezzi della comunicazione contemporanea, trasforma il corpo umano in un’entità modificabile e malleabile: questo procedimento genera sensazioni di straniamento, che lasciano però spazio alla curiosità e al desiderio di interrogarsi sull'esistenza.

Ecco il commento del critico e curatore Francesco Bonami su Cremaster e l'arte di Barney

 

«C'è un gruppo di artisti che ha analizzato la post umanità attraverso le mutazioni genetiche o le trasformazioni tecnologiche del corpo che trasformano l’identità umana. Matthew Barney è un artista americano che agli inizi degli anni Novanta entra nella scena contemporanea portando due elementi fondamentali della post umanità: l'attività fisica sportiva, il culturismo in particolare, e la mutazione scientifica del corpo. Perché la sostituzione di parti del corpo con moderne protesi assolve un duplice scopo: migliorare le performance sportive e creare un nuovo immaginario estetico. La sua opera chiave è Cremaster, una saga cinematografica che racconta praticamente il viaggio dell’identità umana partendo dal concepimento dentro il corpo femminile. Il nome Cremaster deriva dal muscolo che sostiene i testicoli maschili e che nell’embrione a un certo punto decide l’identità maschile o femminile dell’individuo.

È un racconto surreale quello di Matthew Barney, attraverso questi suoi cinque film, dove i suoi personaggi assumono sembianze semi-animali, con corna che nascono dalla testa, protesi e tantissimi altri elementi immaginari che sembrano collocare l'opera tra il magico e l’horror, mentre in realtà l'artista americano sta parlando proprio di questa contemporaneità del corpo umano. I personaggi sono a volte le parti fisiche del corpo stesso, non gli individui: le gambe, le braccia, la testa, gli occhi, i capelli, i piedi, queste cose cambiano e cambiando questi dettagli si trasforma tutta la fisionomia umana. Barney lo racconta appunto attraverso il suo cinema, veri e propri lungometraggi, uniti a formare una grande epopea, una specie di Anello dei Nibelunghi contemporaneo, sulle orme della saga di Wagner nell’Ottocento. E Barney lo costruisce con sofisticati mezzi cinematografici e con strumenti altamente tecnologici, utilizzando anche materiali molto “post umani” come delle resine speciali, dei particolari grassi, dei colori che non parlano della nostra realtà ma parlano quasi di un mondo fantascientifico.

In una scena famosa di Cremaster 3 vediamo l’artista stesso che ha preso le sembianze di una specie di fauno e che abbraccia una delle sue eroine – che nella realtà è un’atleta paralimpica, Aimee Mullins – senza la parte inferiore delle gambe, in questo caso sostituite da preziose protesi di cristallo. Come a sottolineare in Matthew Barney non soltanto l’idea di una mutazione tecnologica, ma anche di quest’idea del corpo che diventa il luogo dove si può inserire addirittura un’opera d’arte, dove poter fare intervenire elementi e dettagli scultorei che sostituiscono parti anatomiche o arti del corpo umano».

 

Per approfondire l'arte post human guarda l'intervento di Francesco Bonami