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Il cammino dell'ermeneutica: da Gadamer a Vattimo

L’ermeneutica noi la facciamo da sempre, nel senso che c’è sempre stato il bisogno per gli esseri umani di effettuare delle interpretazioni: per esempio la traduzione delle parole da una lingua straniera, oppure, e questa è un'operazione più complessa, l'esegesi di un testo che fa parte di un universo e di una tradizione culturale distanti dal nostro.
Ma perché l'ermeneutica diventasse davvero una disciplina filosofica è stata necessaria una svolta ulteriore. Questa svolta ha luogo all’inizio dell’Ottocento con Friedrich Schleiermacher, questo filosofo e teologo tedesco, che afferma un concetto cardine: l'interpretazione esiste in ogni atto di comprensione. Come dire che non solo i libri antichi hanno bisogno di una mediazione per essere compresi, ma anche tutto ciò che accade intorno a noi resta un mistero. Qualche decennio più tardi, in modo lapidario Nietzsche dirà: “Non ci sono fatti, solo interpretazioni”.
Il Novecento è il secolo d'oro dell'ermeneutica, grazie soprattutto a Hans-Georg Gadamer, che nel 1960 scrive il suo capolavoro filosofico Verità e metodo, con un preciso intento teorico: mostrare come l’esperienza dell'interpretazione sia qualcosa di universale e rappresenti il fondamento delle scienze umane, ovvero quelle discipline che appartengono al così detto mondo dello spirito.

 

L'ermeneutica in Italia

L'ermeneutica è stata uno degli indirizzi fondamentali della filosofia italiana del Novecento soprattutto grazie all'originale contributo di un grande pensatore come Luigi Pareyson.
Per il filosofo piemontese, l'interpretazione ermeneutica è la relazione tra la singola persona e l'Essere. Il singolo non è un individuo separato dagli altri; al contrario, egli esiste solo in una relazione con l'altro, così riesce a comprendere se stesso, gli altri e l'"essere che ci trascende".
L’interpretazione però, come spiega nella sua opera Verità e interpretazione, del 1971, non esaurisce l’Essere e la Verità, che mantengono una propria trascendenza rispetto alle esistenze dei singoli. La Verità non è un oggetto inafferrabile ma neanche qualcosa che può essere afferrato completamente dall'interpretazione della persona.
L'idea di Verità è messa in crisi dagli sviluppi che l'ermeneutica avrà proprio in un allievo di Pareyson, Gianni Vattimo. Nel 1983, Vattimo pubblica una delle sue opere più celebri: Il pensiero debole. Il “pensiero debole” coglie l'essere nella sua caducità, legata al tempo, alla vita e alla morte e si propone come una nuova via per comprendere l’esistenza dell’uomo nel mondo tardo-moderno.
Questa visione della filosofia trova un grande seguito in anni in cui il marxismo, il pensiero “forte” per eccellenza, andava perdendo la sua importanza nei luoghi del sapere. L'ermeneutica filosofica assume così un ruolo di critica alle categorie forti tramandate dalla filosofia occidentale e la sua “debolezza”, con i suoi esiti di tolleranza verso le diversità e il pluralismo delle idee, diventa una chiave fondamentale per una società più democratica.

 

Guarda la conversazione di Maurizio Ferraris su Gadamer e l'ermeneutica.