Damien Hirst a Venezia, la capacità di un artista di reinventarsi con intelligenza

Se pensate di andare a vedere la nuova mostra-evento di Damien Hirst a Venezia, per ammirare gli animali in formalina, il teschio tempestato di pietre preziose o gli armadietti riempiti di medicinali rimarrete irrimediabilmente delusi. Perché il capofila degli Young British Artists, i “ragazzi terribili” dell'arte inglese degli anni Novanta, non è un tipo che ama ripetersi fino alla noia, preferisce invece reinventarsi costantemente pur restando fedele ai suoi temi cari, la morte, l'inesorabile passare del tempo e l'arte come mezzo per fermarlo o rallentarlo, cristallizzando gli oggetti in un eterno presente. E non fa appunto differenza la kermesse voluta e organizzata dal magnate del lusso francese Pinault nel settecentesco Palazzo Grassi, sede della sua fondazione e ormai considerato uno dei poli dell'arte contemporanea nella città lagunare.

Il titolo dell'esibizione è Treasures from the Wreck of the Unbelievable, letteralmente “Tesori dal relitto dell'Incredibile”, una dichiarazione di intenti sul significato del progetto che ha impegnato

Hirst per quasi dieci anni. L'artista lavora infatti sui concetti di realtà e di menzogna, di autentico e di contraffatto, di costruzione del mito e della sua rappresentazione, saggiando i limiti della nostra credulità attraverso una messinscena spettacolare e fantasiosa. Non a caso una delle frasi che introduce il catalogo della mostra, tratta da un maestro del verosimile e della finzione come Jorge Luis Borges, è «accettiamo facilmente la realtà, forse perché intuiamo che nulla è reale».

Come Manzoni si era inventato un manoscritto spagnolo per introdurre e in qualche modo giustificare la materia de I promessi sposi, così Hirst simula il fortunato ritrovamento di una nave affondata al largo della costa orientale dell'Africa duemila anni fa: si tratta del relitto dell'Apistos, parola greca che significa “incredibile”, l'imbarcazione dell'ex schiavo romano Cif Amotan, vissuto in Asia Minore tra il I e il II secolo d.C. Secondo la leggenda, Amotan aveva accumulato una fortuna immensa ed era diventato un collezionista di opere d'arte provenienti da ogni parte del mondo. Un giorno decise di trasferire i suoi “cento tesori” in un tempio appositamente costruito, ma non riuscì a vedere esaudito il suo desiderio, perché l'Apistos fece naufragio e scomparve con il prezioso bottino in fondo al mare. Dunque, tutto quello che vediamo esposto non sarebbe altro che lo straordinario carico trasportato dalla nave, statue di animali, sculture mitologiche, lingotti incisi, elmi e spade, ricoperti di conchiglie, coralli e sedimenti marini, icone ibride dei secoli trascorsi negli abissi dell'oceano. A documentare le operazioni di recupero delle opere sono presenti video e fotografie subacquee in puro stile mockumentary, come viene definito quel particolare genere di documentario sospeso tra invenzione e realtà.

Perché quello che ci chiede l'autore è proprio partecipare al gioco intellettuale che ha ideato, un viaggio tra il completo abbandono a sfrenate fantasie archeologiche e il ritorno al dato oggettivo e alla verità, che comunque non è così nuda e lapidaria come si potrebbe sospettare. Ovviamente sappiamo che non si tratta di oggetti antichi, basta guardare i materiali moderni di cui sono fatti e l'immaginario a cui attingono, dalla storia precolombiana alle mutazioni genetiche fino a Topolino; ma possiamo dire con altrettanta certezza come sono stati realizzati? C'è chi sostiene che i reperti siano l'elaborato frutto dell'atelier di Damien Hirst, i famosi laboratori di Science Ltd., che hanno minuziosamente lavorato sulle sculture per renderle più realistiche possibili; e c'è chi invece afferma che la spedizione nelle acque africane sia avvenuta veramente e che le opere in rassegna siano state abbandonate nei fondali dallo stesso artista per venire poi “ritrovate”, così come sono, un decennio più tardi.

Una mostra in bilico tra spettacolo, kitsch e post-moderno, tutti ingredienti che caratterizzano il linguaggio di Damien Hirst: questa volta però si punta meno allo shock e alla provocazione, vengono predilette atmosfere più enigmatiche e ambigue, congeniali al curatissimo allestimento dell'esposizione, per merito del quale il filo dell'illusione non si spezza mai, lasciando lo spazio per una favola affascinante che ci parla del potere dell'arte di plasmare nuovi mondi, di riscrivere anche la storia pur di salvarci dal deterioramento del trascorrere del tempo.

 

Approfondiamo l'arte di Damien Hirst conl'intervento di Anna Mattirolo