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Al Guggenheim di Venezia la poesia del gesto di Tancredi Parmeggiani

Al cospetto di alcuni grandi nomi del Novecento italiano come De Chirico, Guttuso o Fontana, Tancredi Parmeggiani, più semplicemente Tancredi, sembra sfigurare; ma in realtà l'artista veneto è stata una delle personalità più interessanti del nostro dopoguerra. La sua opera è uno dei migliori esempi di quella pittura gestuale che ha i suoi grandi interpreti oltreoceano (Pollock e Kline per esempio), ma che nel nostro Paese non trova inizialmente la stessa fortuna, se si eccettua proprio un amico di Tancredi e veneto anch'egli, come Emilio Vedova.

E infatti Peggy Guggenheim si innamora di Tancredi e della sua pennellata vitale ed energica, tanto da metterlo subito sotto contratto negli anni Cinquanta, promuovendone l’opera e organizzando mostre per farlo conoscere ai grandi musei e collezionisti d’oltreoceano. Così afferma la gallerista americana: «Tancredi crea una nuova filosofia poetica per coloro che non posseggono né telescopi né razzi: quanto fortunati noi che abbiamo tali cristallizzazioni da trasportarci sani e salvi, verso altri mondi”.

Oggi il Peggy Guggenheim di Venezia celebra i novant'anni dalla nascita del pittore con una retrospettiva curata da Luca Massimo Barbero, dedicata alla breve ma intensa stagione artistica di Tancredi, morto tragicamente suicida nel 1964, ad appena trentasette anni di età. L'esposizione rimanda a suggestioni poetiche fin dal titolo: “La mia arma contro l’atomica è un filo d’erba”, ovvero la risposta di Tancredi agli inquietanti scenari politici che contraddistinguono la sua epoca, scossa dai timori nucleari e le tensioni della guerra fredda. Oltre novanta opere testimoniano il percorso estetico dell'artista, in particolare gli anni del primo dopoguerra, dedicati alla ricerca astratta e caratterizzati dall'impiego del punto come unità di misura stilistica: «Ho impiegato una forma molto semplice per controllare lo spazio: il ‘puntino’. Il punto è l’elemento geometrico meno misurabile che ci sia, ma il più immediato da ideare; un punto dà l’idea del vuoto da tutte le parti».

L'eccezionalità della mostra è attestata dalla preziosa serie di prestiti provenienti da musei americani, come la Primavera, custodita al MoMA di New York e Spazio, Acqua, Natura, Spettacolo, oggi al Brooklyn Museum; ma soprattutto dalla sezione conclusiva della rassegna, quella dedicata ai collage-dipinti, realizzati negli ultimi anni della carriera di Tancredi e che “possono essere definiti la vera rivelazione di questa retrospettiva e sono da considerarsi esempi di eccezionale vigore creativo e drammatica euforia”.

 

Guarda l’intervento del curatore della mostra Luca Massimo Barbero sull’arte degli anni ’50.